Leggere i tarocchi per se stessi: si può, e come restare obiettivi
Si possono tirare le carte per sé? Sì, con qualche regola: domanda scritta, posizioni fissate, quaderno, attenzione agli angoli ciechi e a quando chiedere aiuto.
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Sì, si possono leggere i tarocchi per se stessi: la tradizione lo permette pienamente, ed è anzi il modo in cui la maggior parte delle persone impara. La vera difficoltà è un’altra: leggendo per sé si è contemporaneamente chi pone la domanda e chi interpreta, e si rischia di vedere nelle carte ciò che si spera o ciò che si teme.
La soluzione è darsi un metodo. Scrivere la domanda, fissare le posizioni prima di tirare, descrivere le immagini prima di interpretarle, tenere un quaderno e rileggere a distanza di qualche giorno: sono gesti semplici che restituiscono obiettività. In questo articolo trova da dove viene la credenza del «divieto», gli angoli ciechi tipici della lettura per sé, un rituale minimo, il metodo del quaderno e i casi in cui è meglio chiedere a qualcun altro.
Da dove viene l’idea del «divieto»
Molte persone hanno sentito dire che leggere i tarocchi per sé porta sfortuna, o che «funziona solo per gli altri». È una credenza popolare, e la storia dei tarocchi racconta altro. Per secoli i tarocchi sono stati un gioco, e anche quando, dalla fine del Settecento, se ne è sviluppato un uso divinatorio, leggere per sé è rimasto una pratica libera.
L’idea, però, contiene un’intuizione giusta: è difficile essere obiettivi su se stessi. Quando si legge per un’altra persona, si ha una certa distanza; quando la domanda è la propria, ogni carta tocca un nervo. Il Diavolo esce e si pensa subito al peggio; esce il Sole e si tira un sospiro di sollievo prima ancora di chiedersi che cosa dica davvero in quella posizione.
Nel nostro approccio, in cui i tarocchi sono uno specchio, leggere per sé è in realtà la pratica più naturale. Uno specchio si usa innanzitutto per guardarsi. Basta sapere quali sono le distorsioni possibili, e come correggerle.
Gli angoli ciechi della lettura per sé
Conoscere le proprie trappole è il primo passo per superarle. Eccone quattro, molto comuni.
1. Leggere con la speranza. Si desidera fortemente una certa risposta, e si trattengono solo gli elementi che la confermano. L’Innamorato esce in posizione «futuro» e si legge «tornerà», mentre la carta parla innanzitutto di una scelta da fare.
2. Leggere con la paura. È il riflesso opposto: ogni carta impegnativa diventa una minaccia. L’Arcano senza nome (XIII) in posizione «presente» viene letto come una catastrofe, quando descrive la fine di una fase e la necessità di fare spazio.
3. Riadattare le posizioni. Si scoprono le carte e, se deludono, si decide che quella in «ostacolo» era in realtà il «consiglio». È umano, ma svuota la stesa di senso.
4. Rifare la stesa. La lettura delude, quindi si mescola di nuovo, e poi ancora. Alla fine si sceglie la versione che piace di più. Ma una stesa scelta fra cinque ha perso il suo valore di specchio.
A questi si aggiunge un angolo cieco più sottile: le domande che restano in ombra. Leggendo per sé, si tende a chiedere sempre sullo stesso tema, dallo stesso punto di vista. Chi ha paura di perdere il lavoro chiede «andrà tutto bene?» e dimentica «che cosa vorrei davvero fare?». Una persona esterna porrebbe probabilmente un’altra domanda.
Come accorgersi che si sta leggendo «di parte»
Alcuni segnali aiutano a capire quando la lettura è guidata più dal desiderio o dalla paura che dalle carte. Si accorge di saltare una carta per concentrarsi sulle altre. Cerca un secondo significato, più comodo, quando il primo la disturba. Sente sollievo o angoscia prima ancora di aver descritto l’immagine. Ha voglia di mescolare di nuovo subito dopo aver finito. Sono reazioni normali, che capitano a chiunque legga per sé, e accorgersene è già un passo avanti. Riconoscerle permette di fermarsi, respirare e tornare al metodo: descrivere, collegare alla posizione, scrivere una frase. A volte la cosa più onesta da annotare nel quaderno è proprio: «oggi ho bisogno di distanza per leggere questa stesa con calma».
Un rituale minimo e concreto
Candele, incensi e formule sono facoltativi. Ciò che serve è un quadro che aiuti a concentrarsi e a mettere un minimo di distanza fra Lei e la sua domanda. Ecco una sequenza semplice, da adattare.
- Scelga il momento. Un momento tranquillo, a emozioni ormai calme. Dopo un litigio o a notte fonda, la mente cerca soprattutto rassicurazione. Aspettare qualche ora le regala uno sguardo più limpido.
- Scriva la domanda. Con una formulazione aperta, centrata su di Lei. Se ha bisogno di aiuto, trova dodici esempi nel nostro articolo su come porre una domanda ai tarocchi.
- Scriva le posizioni. Prima di mescolare, annoti che cosa rappresenta ciascuna posizione. Una volta scritte, restano quelle fino alla fine.
- Mescoli con calma, pensando alla domanda, poi estragga le carte.
- Descriva prima di interpretare. Per ogni carta, scriva una o due righe su ciò che vede: il personaggio, il gesto, lo sguardo. Solo dopo passi al significato.
- Concluda con una frase. Una sola frase che leghi le carte alla domanda, e magari un’azione concreta che ne deriva.
Quale stesa scegliere per sé
Leggendo per sé, è meglio cominciare con stese brevi. Una carta sola, al mattino o alla sera, come spunto di riflessione sulla giornata, è un ottimo allenamento: obbliga a osservare un’immagine e a collegarla a una situazione concreta, con un’attenzione ben focalizzata. Quando si sente più a suo agio, passi a tre carte, con posizioni come situazione, ostacolo, consiglio; trova diverse varianti nel nostro articolo sul metodo della stesa a tre carte. Le stese molto ampie, con dieci carte o più, sono difficili da leggere con obiettività per sé: ogni carta in più è un’occasione in più per scegliere ciò che fa comodo.
Se un gesto in più, come qualche respiro profondo o un momento di silenzio, la aiuta a concentrarsi, lo usi pure, sapendo che il suo effetto agisce su di Lei. È proprio questo il punto: il rituale serve a creare attenzione.
Il quaderno: lo strumento più utile
Se dovessimo dare un solo consiglio a chi legge per sé, sarebbe questo: tenga un quaderno. Cartaceo o digitale, poco importa. Per ogni stesa annoti:
- la data e la domanda, così come l’ha scritta;
- la stesa usata e le posizioni;
- le carte uscite;
- la sua descrizione e la sua interpretazione;
- la frase finale;
- qualche giorno o qualche settimana dopo, una riga su ciò che è successo e su come rilegge la stesa.
Quest’ultimo punto è il più prezioso. Rileggere una stesa a distanza permette di vedere ciò che sul momento era rimasto nascosto: una carta trascurata, un’interpretazione guidata dalla paura, un consiglio che si è rivelato giusto. Col tempo, il quaderno diventa uno specchio del suo modo di leggere: scoprirà quali carte tende a temere, quali a sopravvalutare, su quali temi le sue domande si ripetono.
Il quaderno ha anche un altro vantaggio: rende visibile la frequenza. Se si accorge di aver tirato le carte dieci volte in una settimana sulla stessa questione, è un’informazione importante, che merita più attenzione di qualunque stesa.
Un esercizio di distanza
Quando una stesa la tocca molto, provi a rileggerla in terza persona. Sostituisca «io» con il nome di un’amica immaginaria: «Giulia chiede come affrontare il trasferimento; esce la Luna in posizione ostacolo». Si chieda poi che cosa direbbe a Giulia. Sorprendentemente spesso, il consiglio che si darebbe a un’altra persona è più lucido e più gentile di quello che si dà a se stessi.
Quando chiedere a un’altra persona
Leggere per sé è utile, e in alcune situazioni uno sguardo esterno porta ancora di più:
- Quando l’emozione è troppo forte. Una separazione recente, un lutto, una diagnosi, una crisi: la distanza necessaria alla lettura ha bisogno di tempo per tornare. In questi momenti, una persona di fiducia, che sia un lettore di tarocchi, un amico o un professionista, vede ciò che a Lei, in quel momento, resta nascosto.
- Quando gira in tondo. Se fa e rifà le stese in cerca di pace, il nodo vero è il bisogno di rassicurazione. Uno sguardo esterno può aiutare a rompere il circolo.
- Quando la domanda supera i tarocchi. Per la salute, il diritto, il denaro o la salute mentale, nessuna stesa, né sua né di altri, sostituisce un medico, un avvocato, un consulente o uno psicologo. Le carte possono aiutare a preparare le domande da porre al professionista, che resta la persona giusta per rispondere.
Anche una lettura scritta, come quelle che proponiamo, può offrire un primo sguardo esterno: l’interpretazione collega ogni carta alla sua posizione e alla sua domanda con uno sguardo libero dalle sue speranze. Resta uno strumento: se un’interpretazione le sembra lontana dalla sua realtà, si fidi del suo giudizio.
L’etica della lettura per sé
Leggere per sé pone anche qualche questione di rispetto, verso se stessi e verso gli altri.
Guardare la propria vita, e lasciare agli altri la loro. Tirare le carte per sapere che cosa pensa il partner, che cosa farà un collega, se un amico è sincero, significa cercare di entrare nella testa di qualcun altro. Le carte parlano di Lei, e una domanda centrata su di Lei la riporta a ciò su cui può agire. Riformuli sempre su di Lei: che cosa sento in questa relazione? Che cosa vorrei chiedere?
Trattarsi con gentilezza. Alcune persone, nei periodi difficili, tirano le carte quasi cercando una conferma del peggio. Se si accorge di farlo, si fermi. Una buona stesa la lascia più serena e più lucida di prima, con un piccolo passo concreto da compiere.
Tenere in mano le proprie decisioni. I tarocchi possono chiarire, mettere in luce, suggerire un’angolazione. La decisione è sua, e così la responsabilità. È ciò che approfondiamo nell’articolo sui tarocchi come specchio.
Per cominciare questa sera, scelga una sola domanda, la scriva, estragga una carta e la descriva prima di interpretarla. Può farlo con il suo mazzo oppure con una stesa online, e appoggiarsi alle schede delle 78 carte per osservare ogni immagine con calma. Poi apra il suo quaderno: la pratica comincia lì.
Domande frequenti
È vero che non bisogna mai leggere i tarocchi per se stessi?
È una credenza diffusa; la tradizione dei tarocchi, in realtà, lascia piena libertà di leggere per sé. La difficoltà vera è un'altra: leggendo per sé si è giudice e parte, e si rischia di vedere solo ciò che si spera o si teme. Con qualche accorgimento, come scrivere la domanda e fissare le posizioni prima, leggere per sé è una pratica utile e molto diffusa.
Come restare obiettivi quando si leggono le carte per sé?
Descriva l'immagine prima di interpretarla, fissi le posizioni prima di tirare, metta la lettura per iscritto e la rilegga a distanza di qualche giorno. Un buon test è chiedersi che cosa direbbe se la stessa stesa fosse di un'amica. Se la risposta è diversa, probabilmente sta leggendo con la speranza o con la paura.
Ogni quanto si possono tirare le carte per sé?
La frequenza giusta dipende dall'uso. Una carta al giorno come spunto di riflessione va benissimo; più stese al giorno sulla stessa domanda, invece, sono piuttosto un segnale di ansia. Una buona regola è una stesa per domanda, poi lasciare passare il tempo necessario perché la situazione evolva.
Quando è meglio chiedere una lettura a un'altra persona?
Quando la questione la tocca troppo da vicino per guardarla con calma: una separazione recente, un lutto, una decisione urgente. Anche quando si accorge di rifare le stese fino a ottenere le carte sperate. In questi casi uno sguardo esterno, che sia un lettore, un amico o un professionista, porta ciò che da soli è difficile vedere.
Serve un rituale per leggere i tarocchi per sé?
Bastano tre cose: un momento tranquillo, qualche minuto tutto per sé e una domanda scritta. Alcune persone accendono una candela o fanno qualche respiro prima di mescolare: va benissimo se aiuta a concentrarsi, perché il suo effetto agisce su di Lei. Ciò che conta è l'attenzione che porta alla lettura.
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