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Storia dei Tarocchi di Marsiglia: dalle corti italiane del Quattrocento a oggi

Origini italiane, mazzi di Noblet, Dodal e Conver, il mito egizio, Etteilla, Papus, Paul Marteau: la vera storia dei Tarocchi di Marsiglia, documenti alla mano.

Di Mélibée e Joris ·

Storia dei Tarocchi di Marsiglia: dalle corti italiane del Quattrocento a oggi
Indice(7 sezioni)

I Tarocchi di Marsiglia discendono dal gioco dei tarocchi nato nelle corti dell’Italia settentrionale nel Quattrocento, un gioco documentato con precisione dagli archivi, poi diffuso in Francia, dove nel Seicento e nel Settecento si fissa il modello grafico che oggi chiamiamo «di Marsiglia». I mazzi di Jean Noblet (verso il 1650), Jean Dodal (inizio del Settecento) e Nicolas Conver (1760) ne sono le testimonianze più note.

L’uso divinatorio arriva solo alla fine del Settecento, con Antoine Court de Gébelin, che immagina un’origine egizia, ed Etteilla, che crea i primi metodi di cartomanzia. Nell’Ottocento gli occultisti francesi, da Éliphas Lévi a Papus, costruiscono attorno ai tarocchi un intero sistema simbolico, e il nome «Tarot de Marseille» si diffonde. Nel Novecento l’edizione di Paul Marteau ne fa il mazzo di riferimento. Ecco questa storia, tappa per tappa, con i miti da mettere da parte.

Le origini italiane: un gioco di corte nel Quattrocento

Tutto comincia nell’Italia settentrionale, nella prima metà del Quattrocento. Alle corti di Milano, Ferrara e Bologna si aggiunge al mazzo di carte comune, con i suoi quattro semi, una serie di carte illustrate chiamate trionfi: figure allegoriche come l’Imperatore, la Ruota della Fortuna, la Morte, il Mondo, più una carta particolare, il Matto. Il gioco che ne nasce è un gioco di prese, in cui i trionfi battono le carte dei semi: l’antenato diretto dei giochi di tarocchi ancora praticati oggi. Già nei registri della corte estense di Ferrara, verso la metà del secolo, compaiono pagamenti per «carte da trionfi».

I mazzi più celebri di questo periodo sono quelli dipinti a mano per i Visconti e gli Sforza, signori di Milano, verso la metà del Quattrocento. Sono oggetti di lusso, con fondi dorati, giunti a noi in modo incompleto e conservati oggi in diverse collezioni, fra cui l’Accademia Carrara di Bergamo e la Morgan Library di New York. Sono gli antenati dei Tarocchi di Marsiglia, e vi si riconoscono già molte delle figure che ritroveremo.

Che cosa raffigurano i trionfi

Le figure dei trionfi appartengono all’immaginario del Rinascimento italiano, che i contemporanei leggevano a colpo d’occhio. Vi si riconoscono le virtù (la Giustizia, la Forza, la Temperanza), le figure del potere temporale e spirituale (l’Imperatore e l’Imperatrice, il Papa e la Papessa), i grandi temi morali dell’epoca come la Fortuna, il Tempo (che diventerà l’Eremita) e la Morte, e infine le immagini cosmiche e religiose: la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio, il Mondo. Alcuni studiosi hanno proposto un legame con i Trionfi di Petrarca, il poema in cui l’Amore, la Castità, la Morte, la Fama, il Tempo e l’Eternità si succedono in una sorta di corteo; è un’ipotesi suggestiva, che resta tale.

Un dettaglio interessante, notato dagli storici: l’ordine dei trionfi variava da un luogo all’altro. Milano, Ferrara e Bologna avevano sequenze leggermente diverse, e Michael Dummett ha classificato i mazzi antichi proprio in base a queste varianti. L’ordine che troviamo nel modello di Marsiglia deriva dalla tradizione milanese. È un indizio prezioso: mostra che i tarocchi erano un gioco vivo, adattato liberamente da ogni città secondo i propri usi.

La parola «tarocchi» compare per indicare il gioco all’inizio del Cinquecento, quando il termine «trionfi» diventa ambiguo. La sua etimologia resta incerta. Ciò che è certo è che, per più di tre secoli, i tarocchi sono essenzialmente un gioco: i documenti di quest’epoca parlano di partite, di prese e di carte da trionfi, e l’uso divinatorio compare solo molto più tardi.

Dall’Italia alla Francia: nasce il modello «di Marsiglia»

Dall’Italia il gioco si diffonde nelle regioni vicine: la Svizzera, la Savoia, la Francia. Fra il Cinquecento e il Seicento la Francia diventa un grande centro di produzione, con i fabbricanti di carte di Lione, Parigi, Rouen e Marsiglia. Si stampa con la xilografia (incisione su legno) e si colora a mascherina, con pochi colori pieni: rosso, blu, giallo, verde, color carne. È questa tecnica a dare ai Tarocchi di Marsiglia il loro stile inconfondibile, fatto di linee nette e superfici semplici.

Nel Seicento e nel Settecento si fissa un modello grafico abbastanza stabile, con i titoli delle carte in francese e un ordine dei trionfi preciso: è ciò che gli storici chiamano il modello di Marsiglia. Tre mazzi sono particolarmente noti:

  • il mazzo di Jean Noblet, stampato a Parigi verso il 1650, fra i più antichi esempi completi del modello;
  • il mazzo di Jean Dodal, stampato a Lione all’inizio del Settecento;
  • il mazzo di Nicolas Conver, stampato a Marsiglia nel 1760, che avrà un’influenza decisiva sulle edizioni successive.

In questi mazzi si ritrovano i 22 arcani maggiori con i nomi che conosciamo, dal Bagatto (Le Bateleur) al Mondo, la Giustizia al numero VIII e la Forza all’XI, l’Arcano XIII, tradizionalmente l’Arcano senza nome, e il Matto, che resta fuori dalla numerazione. Gli arcani minori numerali mostrano i semi disposti in modo geometrico: Bastoni, Coppe, Spade e Denari. Ne parliamo più a fondo nel confronto fra Tarocchi di Marsiglia e Rider-Waite.

Nel frattempo, il gioco continua anche in Italia, con modelli regionali diversi: è da questi che discendono il Tarocco piemontese, il Tarocchino bolognese e il Tarocco siciliano, ancora giocati oggi.

Dal gioco all’occultismo: Settecento e Ottocento

La svolta arriva a Parigi nel 1781. Antoine Court de Gébelin, pastore protestante ed erudito, pubblica nell’ottavo volume della sua opera Le Monde primitif un saggio in cui sostiene che i tarocchi sono un antico libro egizio, il «libro di Thot», nascosto sotto forma di gioco. Nello stesso volume, un altro saggio, attribuito al conte de Mellet, propone di usarli per la divinazione. All’epoca i geroglifici erano ancora indecifrati: l’ipotesi è pura speculazione, eppure ha un successo enorme.

Pochi anni dopo, Jean-Baptiste Alliette, noto come Etteilla, pubblica i primi trattati di cartomanzia con i tarocchi (a partire dal 1783) e crea un mazzo appositamente pensato per la divinazione. È lui a sistematizzare l’idea di significati diritti e rovesciati, di cui parliamo nell’articolo sulle carte rovesciate.

Nell’Ottocento il movimento occultista francese si appropria dei tarocchi. Éliphas Lévi (Alphonse-Louis Constant), nel suo Dogme et rituel de la haute magie (1854-1856), associa i 22 arcani maggiori alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico e alla Cabala. Nel 1889 Papus (Gérard Encausse) pubblica Le Tarot des Bohémiens, e lo stesso anno Oswald Wirth disegna un tarocco ispirato a queste idee. I tarocchi diventano, per una parte del pubblico, un sistema simbolico ed esoterico.

È in questo contesto che si diffonde il nome «Tarot de Marseille». L’espressione viene usata nella seconda metà dell’Ottocento, fra gli altri dal bibliofilo Romain Merlin nel 1869, per designare il modello di mazzo prodotto a Marsiglia e altrove; gli occultisti la riprendono e la rendono comune. Il nome, dunque, è tardivo: indica uno stile, legato ai centri di stampa francesi, mentre il gioco era nato in Italia.

Il Novecento: Paul Marteau e il mazzo di riferimento

Nel 1930 l’editore di carte parigino Grimaud, sotto la direzione di Paul Marteau, pubblica un «Ancien Tarot de Marseille» basato sul modello di Conver, con colori standardizzati. Nel 1949 Marteau pubblica un libro, Le Tarot de Marseille, che propone una lettura dettagliata dei simboli, dei colori e dei numeri. Per gran parte del Novecento, in Francia e oltre, il mazzo Grimaud e il libro di Marteau diventano il riferimento per chi legge i Tarocchi di Marsiglia.

Contemporaneamente, nel mondo anglofono, il Rider-Waite-Smith (1909), erede dell’occultismo inglese, prende il sopravvento. Le due tradizioni si sviluppano in parallelo, con influenze reciproche.

Nella seconda metà del secolo arrivano due novità importanti. Da un lato, gli storici affrontano finalmente i tarocchi con metodo. Il filosofo britannico Michael Dummett, con The Game of Tarot (1980), ricostruisce la storia del gioco a partire dai documenti; con Ronald Decker e Thierry Depaulis firma poi A Wicked Pack of Cards (1996), dedicato alle origini dei tarocchi occulti. Questi lavori stabiliscono in modo solido le origini italiane e mostrano come le leggende siano nate nel Settecento. Dall’altro lato, alcuni lettori cercano di tornare ai mazzi antichi: nel 1997 Alejandro Jodorowsky e Philippe Camoin pubblicano una versione «restaurata» del Tarocco di Marsiglia, a partire dal confronto fra mazzi storici. Altre ricostruzioni, basate su mazzi di Noblet, Dodal o Conver, sono seguite.

I miti da mettere da parte

La storia dei tarocchi è circondata da leggende. Eccone alcune, con ciò che dicono davvero i documenti.

  • L’origine egizia. È un’ipotesi di Court de Gébelin (1781), formulata prima della decifrazione dei geroglifici da parte di Champollion (1822). Le fonti documentano invece il gioco nell’Italia del Quattrocento.
  • L’origine «zingara». L’idea che i rom abbiano portato i tarocchi in Europa, ripresa nel titolo del libro di Papus, resta una leggenda: il gioco è attestato nelle corti italiane, e i documenti ne ricostruiscono bene la storia.
  • L’origine cabalistica. La corrispondenza fra arcani maggiori e lettere ebraiche è un’aggiunta ottocentesca di Éliphas Lévi, arrivata circa quattro secoli dopo la nascita del gioco.
  • Un’invenzione marsigliese. Marsiglia è stata un importante centro di produzione, ma il gioco era nato in Italia più di due secoli prima, e il nome «Tarot de Marseille» si impone soltanto nell’Ottocento.
  • Un sapere segreto tramandato. I primi mazzi sono oggetti di gioco, documentati da registri di corte e fabbricanti di carte. La lettura esoterica compare nelle fonti solo a partire dal Settecento.

Mettere da parte questi miti rende i tarocchi ancora più affascinanti: la loro storia reale, quella di un gioco di corte diventato, nel corso dei secoli, uno strumento di riflessione, è già abbastanza straordinaria.

I Tarocchi di Marsiglia oggi

Oggi i Tarocchi di Marsiglia convivono con centinaia di altri mazzi. Sono usati in diversi modi: come gioco, in alcune regioni; come oggetto d’arte e di collezione; come supporto di cartomanzia; e, sempre più spesso, come strumento di riflessione personale, in cui le immagini aiutano a guardare una situazione da un’altra angolazione. È l’approccio che seguiamo noi, e che descriviamo nell’articolo sui tarocchi come specchio.

Conoscere la loro storia aiuta a leggerli meglio. Sapere che le figure nascono da allegorie del Rinascimento italiano (la Fortuna, la Temperanza, la Giustizia, il Mondo) permette di guardarle come immagini ricche di senso umano, più che come codici segreti. Sapere che la cartomanzia arriva tardi permette di usarle con libertà e di scegliere con serenità le proprie convenzioni, anche davanti a regole presentate come antichissime.

Se vuole osservare da vicino le figure di questa tradizione, le schede delle 78 carte descrivono ogni arcano del Tarocco di Marsiglia. E se vuole vedere che cosa possono dirle oggi, faccia una stesa su una domanda che le sta a cuore: è il modo più diretto di entrare in questa lunga storia.

Domande frequenti

I tarocchi vengono dall'antico Egitto?

No. I documenti storici mostrano che il gioco nasce nell'Italia settentrionale del Quattrocento. L'origine egizia è un'ipotesi formulata nel 1781 da Antoine Court de Gébelin, in un'epoca in cui i geroglifici erano ancora indecifrati, quarant'anni prima di Champollion. Gli storici, a cominciare da Michael Dummett, hanno da tempo smontato questa leggenda.

Perché si chiamano Tarocchi «di Marsiglia» se sono nati in Italia?

Perché il nome designa un modello grafico, legato a uno dei grandi centri in cui veniva stampato. Marsiglia fu uno dei principali centri di produzione di carte in Francia, e il mazzo di Nicolas Conver (1760) vi fu stampato. L'espressione «Tarot de Marseille» si diffonde nell'Ottocento e si impone nel Novecento, in particolare con l'edizione di Paul Marteau.

Qual è il mazzo di Marsiglia più antico?

Fra i mazzi completi del modello di Marsiglia giunti fino a noi, quello di Jean Noblet, stampato a Parigi verso il 1650, è fra i più antichi. Seguono, fra gli esempi più noti, il mazzo di Jean Dodal (Lione, inizio del Settecento) e quello di Nicolas Conver (Marsiglia, 1760), che ha avuto un'influenza enorme sulle edizioni successive.

Quando si è cominciato a usare i tarocchi per la divinazione?

L'uso divinatorio dei tarocchi è documentato con certezza in Francia dalla fine del Settecento, con Court de Gébelin e soprattutto con Etteilla, che pubblica i primi metodi di cartomanzia con i tarocchi negli anni 1780. Prima di allora, per più di tre secoli, i tarocchi erano essenzialmente un gioco di carte, come lo sono ancora in alcune regioni d'Italia e in Francia.

Si gioca ancora a tarocchi in Italia?

Sì. In alcune regioni sopravvivono giochi tradizionali di tarocchi, come il Tarocco piemontese, il Tarocchino bolognese e il Tarocco siciliano, ciascuno con il suo mazzo e le sue regole. In Francia il gioco del tarocco, con un mazzo dai semi francesi, è ancora molto popolare. Sono la continuazione diretta dell'uso originario delle carte.

Fonti e letture

  • Michael Dummett, The Game of Tarot: From Ferrara to Salt Lake City (Londra, Duckworth, 1980)
  • Ronald Decker, Thierry Depaulis, Michael Dummett, A Wicked Pack of Cards: The Origins of the Occult Tarot (Londra, Duckworth, 1996)
  • Ronald Decker, Michael Dummett, A History of the Occult Tarot, 1870-1970 (Londra, Duckworth, 2002)
  • Antoine Court de Gébelin, Le Monde primitif, volume VIII (Parigi, 1781)
  • Paul Marteau, Le Tarot de Marseille (Parigi, 1949)

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